La Cassazione condanna in solido il ginecologo con la casa di cura.

Il medico che non informa in maniera corretta i pazienti riguardo ai limiti della casa di cura risponde solidalmente con la stessa per i danni causati.

 

Dal contratto di assistenza al parto (caso specifico oggetto di commento) deriva in capo al ginecologo l’obbligo informativo circa la inadeguatezza “eventuale” della struttura sanitaria consigliata alla partoriente.

Come accennato, quindi, in violazione di tale obbligo informativo, nel caso in cui possa presumersi che la paziente non avrebbe scelto quella struttura se tempestivamente informata delle conseguenze derivanti sia dalle carenze strutturali che dall’assistenza medica, il ginecologo risponde in quanto instaura con la paziente un rapporto di natura privatistica.

Così hanno sentenziato i giudici della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza 17 febbraio 2011, n. 3847 con la quale è stata confermata la condanna per il risarcimento dei danni in solido con la casa di cura impartita dai colleghi di primo grado nei confronti di un medico che non aveva sufficientemente informato la propria paziente da eventuali rischi derivanti dai limiti della organizzazione della clinica privata, nella ipotesi in cui la situazione fosse divenuta pericolosa per il parto.

Nel caso specifico analizzato in ultima istanza dalla Corte di Cassazione il neonato, durante il parto, aveva subito un grave danno derivante da una patologia della madre.

Come sottolineato dalla difesa, l’accertamento di tale patologia avrebbe potuto avvenire mediante un’analisi effettuabile solo presso la struttura nella quale il bambino era stato portato dopo la rianimazione.

I giudici della Corte, nella sentenza che qui si commenta, spiegano che la partoriente aveva diritto a ricevere adeguata informativa riguardo ai probabili rischi a cui si andava incontro, considerando i limiti di organizzazione e azione della casa di cura di fronte ad eventuali particolari situazioni patologiche più ricorrenti in tali casi.

Sintesi del contenzioso tra le parti:

P..S. , nato a termine il **** da N.M.A. in una struttura sanitaria privata, accusò immediatamente dopo la nascita sindrome asfittica ed encefalopatia anossico emorragica. Trasportato presso l'ospedale **** , ne fu dimesso con la diagnosi di "sindrome di West in bambino con ritardo psicomotorio".

Nel 1993 i genitori, in proprio e nella qualità, agirono giudizialmente per il risarcimento dei danni nei confronti della società Hyppocratica Villa del Sole e del ginecologo A.G. , al quale imputarono la mancata diagnosi di ipossia intra partum in feto megalosoma e l'omesso immediato ricorso al taglio cesareo.

I convenuti resistettero e chiamarono in causa le rispettive; società assicuratrici, chiedendo di esserne garantiti per l'ipotesi di condanna al risarcimento.

L'espletata consulenza tecnica collegiale riscontrò che il bambino era affetto da "paralisi cerebrale infantile ed espressione tetraparetica di tipo prevalentemente spastico di grado severo (quadro posturale) con epilessia e deficit cognitivo", comportante un'invalidità permanente del 100%.

Con sentenza n. 2042 del 2003 il tribunale di Salerno condannò solidalmente i convenuti al risarcimento dei danni, che liquidò in complessivi Euro 1.201.039,45, oltre alla rivalutazione ed agli interessi. Dichiarò cessata la materia del contendere tra l'A. e l'assicuratrice Assitalia (che aveva intanto versato il massimale di L. 500.000.000) e condannò la Compagnia Tirrena in l.c.a. a tenere indenne la società Hyppocratica entro i limiti del pattuito massimale.

2.- La sentenza fu autonomamente appellata con distinti atti di citazione da Hyppocratica s.r.l., da Nuova Tirrena in liquidazione e dall'A. .

Riunite le cause ed acquisita la prodotta documentazione, la corte d'appello di Salerno ha - per quanto in questa sede ancora interessa - respinto i gravami della società Hyppocratica e dell'A. con sentenza n. 408 del 2006.

Sulla scorta delle conclusioni dei consulenti e dei chiarimenti dagli stessi forniti, la corte territoriale ha in sostanza ritenuto che la paralisi cerebrale fosse conseguenza di un'imponente, prolungata asfissia intra partum; che la sofferenza fetale non era stata diagnosticata a causa di inadeguati ed insufficienti rilevamenti cardiotografici durante il travaglio, addirittura mancanti nelle tre ore e mezzo che avevano preceduto la nascita naturale; che il ritardato intervento di rianimazione del neonato tramite intubazione, avvenuto non prima di venti minuti dopo il parto, aveva determinato l'aggravamento di una situazione già fortemente pregiudicata in ragione del mancato ricorso al cesareo, concorrendo a cagionare l'evento nella misura del 25%.

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