La Cassazione, sezione III, con due sentenze (n. 2334 dell’1/2/2011 e 3847 del 17/2/2011) ha ricostruito i diversi profili di responsabilità del ginecologo, sia esso convenzionato o dipendente, che si appoggia per il parto a una specifica casa di cura,

nonché quelli dei vari sanitari che a vario titolo partecipano alle fasi del parto. L’obbligo di informativa coinvolge anche la struttura. Il rapporto tra paziente, medico e casa di cura privata è un contratto trilaterale e quindi la struttura sanitaria ha l’obbligo di informare il paziente su eventuali rischi connessi alle dimensioni o al proprio equipaggiamento non idonei a fronteggiare particolari situazioni patologiche o devianti fuori dalla norma (sent. 2334). Ma tale responsabilità grava anche sul medico che abbia concluso un contratto di assistenza con la paziente. E ciò non solo per la natura trilaterale del contratto, ma anche in ragione degli obblighi di protezione che, nei confronti della paziente e dei terzi, come l’altro genitore e il neonato, derivano da un contratto che abbia a oggetto tale tipo di prestazioni. Ne consegue che, in caso di violazione dell’obbligo di informare, ove sia sostenibile che il paziente non si sarebbe avvalso di quella struttura se fosse stato adeguatamente informato delle conseguenze derivate dalle carenze organizzative o di equipaggiamento della struttura risponde anche il medico col quale il paziente abbia instaurato un rapporto di natura privatistica. Responsabilità per le fasi precedenti il parto. La struttura è sicuramente responsabile se l’équipe medica che affianca e assiste una partoriente nella nascita di un bambino è negligente, ma lo è anche il medico con il quale il paziente ha instaurato un rapporto di natura privatistica sia prima che dopo il parto. Quindi, in caso di danni al neonato, ne risponde anche il medico ginecologo se, in riferimento alle evenienze del parto, abbia indirizzato la partoriente presso una clinica priva delle necessarie attrezzature ovvero abbia ritardato colpevolmente l’intervento cesareo necessario dopo l’esito di un esame che avrebbe invece consigliato l’immediato ricovero (sent. 2334). Nel caso, poi, abbia conoscenza di sofferenza fetale (come nel caso analizzato dalla sentenza 2334 che determinarono la morte del bimbo dopo nove mesi di sofferenze e una grave encefalopatia nel caso esaminato dalla sentenza 3847) l’intervento di parto cesareo deve essere immediato in quanto, come rilevato dalla Corte, un’estrazione precoce in una struttura correttamente attrezzata avrebbe potuto evitare e/o limitare il danno. È il caso di ricordare che in un caso che presenta alcune analogie con quello di specie, la Corte ha ritenuto «correttamente motivata la decisione di merito la quale abbia qualificato in termini di colpa grave la condotta del medico ostetrico che, dinanzi a un arresto della progressione del feto al momento del parto, abbia atteso più di tre ore prima di predisporre ed effettuare un intervento cesareo» (Cass. 9 maggio 2000, n. 5881). Responsabilità del ginecologo per inerzia dell’équipe. La Suprema corte (Cass. 2334) censurando la sentenza della Corte d’appello, ha ritenuto che in ogni caso il ginecologo ha l’obbligo di intervenire personalmente in caso di inerzia degli altri componenti l’équipe medica nell’effettuare manovre rianimatorie e/o comunque necessarie. I consulenti tecnici, nel caso di specie, avevano accertato che dopo la nascita del neonato che presentava difficoltà respiratorie non era stata eseguita alcuna manovra di rianimazione primaria, aggravando le patologie ed eseguendo il trasferimento in sede attrezzata con ritardo. In particolare, i consulenti avevano accertato che la neonata non era stata incubata con respirazione assistita: ciò avrebbe consentito una immediata ossigenazione e ridotto le conseguenze patologiche poi riscontrate. La neonata, infine, era stata avviata a un centro dotato di idonee attrezzature con un ritardo di oltre quattro ore. Contenuto della responsabilità sanitaria. La Corte ha richiamato la ormai pacifica giurisprudenza in materia di responsabilità professionale medica, la quale presuppone la violazione dei doveri inerenti allo svolgimento della professione, tra cui il dovere di diligenza. Tale diligenza è del debitore qualificato, che comporta il rispetto delle regole tecniche obiettivamente connesse all’esercizio della professione e ricomprende anche la perizia. La limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’articolo 2236, secondo comma del codice civile non ricorre con riferimento ai danni causati per negligenza o imperizia ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica; quanto all’onere probatorio, spetta al medico provare che il caso era di particolare difficoltà e al paziente quali siano state le modalità di esecuzione inidonee ovvero a questi spetta provare che l’intervento era di facile esecuzione e al medico che l’insuccesso non è dipeso da suo difetto di diligenza.

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